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Meno parole, più poesia

Per iniziare bene le mie giornate, ho trasferito in bagno un libro di Pablo Neruda. Il mio rito è aprire ogni mattina una pagina a caso e leggere qualche verso. E dopo averli letti, penso a quante tonnellate di libri giusti io debba ancora leggere per poter riuscire a scrivere così. Di Neruda mi divertono le odi alla cipolla, al pomodoro, al pane, al gatto… Un poeta è in grado di raccontare in versi ciò che i comuni mortali farebbero in modo grossolano e ovvio.  Per poter scrivere poesie è necessario essere liberi, non aver pregiudizi, lasciarsi ispirare totalmente. Per poter chiamare a sé le parole giuste, sentirle emergere con sempre più chiarezza. Trovare le parole giuste per dirlo, anche se si tratta di raccontare di un pomodoro o di una cipolla. Parole che non ti aspetti, che quando le leggi ti colgono di sorpresa, ti incantano, ti fanno riflettere, e magari ti rimangono addosso per un po’.

Si è parlato tanto di poesia in questi giorni ricordando l’anniversario della morte di Fabrizio De André. Il cantautore genovese raccontava storie di oppressi, storie scomode, che si sussurrano o si negano, se non hai il coraggio di raccontare la verità e il dono di saper scrivere versi come solo lui sapeva fare. Riascoltando le sue canzoni, rileggendo i suoi testi, mi sono disintossicata per qualche giorno dalla noia dei testi “copia e incolla“, dalle ovvietà descritte grossolanamente, dagli scritti per farsi leggere, dai giudizi e commenti facili tanto per marcare il territorio, tanto per esserci, senza neppure conoscere di cosa si sta parlando. Rimaniamo un po’ più in silenzio e riprendiamo a leggere i poeti, stando in ascolto di ciò che hanno da dirci. Ci aiuteranno a misurare di più le nostre parole e a dare più valore e profondità al nostro linguaggio.